Ictus: qual è la finestra temporale necessaria per intervenire con la terapia trombolitica?

L’ictus è causato dall’improvvisa interruzione dell’afflusso di sangue in una parte del cervello che può causare la comparsa di deficit neurologici, tra cui paralisi della metà del corpo, impossibilità di parlare o di capire e danni nel campo visivo. Questa patologia è tempo-dipendente ovvero più tempo passa dalla manifestazione più aumenta il danno.  Se il flusso di sangue non viene ripristinato, il deficit può diventare permanente. Pertanto l’intervento tempestivo è fondamentale.

Fino ad oggi l’intervento per contrastare la trombolisi con l’utilizzo dell’alteplase (per sciogliere i coaguli nell’arteria cerebrale occlusa), doveva avvenire entro 4-5 ore dalla comparsa dei sintomi; in alternativa per arterie di maggior calibro la trombolisi necessaria per il ripristino dell’afflusso di una tecnica trombectomia meccanica (mediante dispositivi meccanici per via endoarteriosa) da effettuare entro le prime 6 ore dall’esordio dei sintomi.

Secondo gli esperti da oggi mediante l’utilizzo di tecniche di neuroimaging avanzate il trattamento trombolitico può essere somministrato, con buoni risultati, entro una finestra temporale più lunga, ossia fino alle 9 ore dalla comparsa dei sintomi.

Vincenzo Di Lazzaro, direttore di Neurologia del Campus Bio-medico di Roma spiega: “Esistono, tuttavia significative differenze sul territorio nazionale relativamente all’accesso a tali cure, in particolare le regioni del centro-sud hanno una disponibilità di centri inferiore al fabbisogno stimato. Un altro problema non trascurabile è l’arrivo dei pazienti in Pronto Soccorso al di fuori della finestra per il trattamento di rivascolarizzazione, e ciò è dovuto anche al fatto che l’ictus non viene sempre riconosciuto come un’emergenza medica” – continua Di Lazzaro – “Non bisogna tuttavia mai dimenticare che la tempestività rimane fondamentale. Più precoce è l’intervento più sono efficaci le terapie, minori sono le complicanze acute del trattamento e minore è il deficit residuo del paziente. Rimane, perciò, valido il motto “time is brain!”.