Quando la bocca brucia

chilli-boccaLa cosiddetta Sindrome della bocca urente, più brevemente indicata dall’acronimo BMS (Burning Mouth Syndrome) e anche detta Sindrome della bocca che brucia o stomatopirosi, è una patologia cronica di origine ancora sconosciuta.  La caratteristica principale nei pazienti affetti è soffrire di un bruciore orale diffuso o sintomi fastidiosi similari, in assenza di lesioni delle mucose o di cause evidenti e di qualsiasi alterazione degli esami di laboratorio per malattie specifiche. È una patologia in crescente aumento e con una frequenza maggiore nelle donne rispetto agli uomini, con un rapporto di 7 a 1, ed è ormai indicata come una vera patologia sociale: nel nostro paese, ne soffrono infatti quasi un  milione e mezzo di persone, più che altro donne in peri-menopausa ed interferisce in modo piuttosto invalidante nella qualità di vita dei soggetti che ne vengono colpiti, visto che causa un dolore di tipo spontaneo, cronico e continuo a lingua e labbra ma che spesso si estende all’intera cavità orale; chi ne soffre, tra l’altro, facilmente l’associa alla paura che si tratti di una patologia di origine tumorale e ciò provoca conseguenze importanti sui ritmi sonno-veglia, problemi di depressione e/o ansia, forte irritabilità e risvolti negativi nelle relazioni sociali e nella vita quotidiana di queste persone.

Altre patologie possono provocare gli stessi sintomi, per cui la diagnosi viene formulata escludendo cause iatrogene, eventuali alterazioni ormonali in menopausa, anemia, diabete, sclerosi multipla, deficit nutrizionali, malattie di origine dentale o parodontale, nevralgie post-erpetiche, candidosi o stomatiti aftose ed altre patologie in cui viene riportata come sintomo.

In passato, è stata spesso interpretata come una forma di somatizzazione di stati ansiosi, ed è in effetti associata a stati depressivi e fobie, che insorgono spesso dopo eventi stressanti.

La terapia della BMS, fino a qualche tempo fa, si basava per questo sull’impiego di benzodiazepine, gabapentin, antidepressivi, in particolare inibitori del re-uptake della serotonina, ma anche sull’uso di capsaicina, sostanza estratta dal peperoncino, zenzero, rafano ed altre sostanze di origine vegetale oppure antistaminici e collutori a base di cortisone, veri e propri tentativi di “terapia” che si mostravano generalmente inutili.

Studi recenti sulla Burning Mouth Syndrome, ne hanno accertato un’origine organica, identificandone, sul piano fisiopatologico e neuropatologico, una serie di alterazioni che coinvolgono le fibre trigeminali periferiche orali (degenerazione degli assoni delle piccole fibre nervose), l’alterazione dei meccanismi percettivi del gusto, la perdita dei meccanismi inibitori centrali sul controllo del dolore e una possibile diminuzione dell’effetto protettivo degli estrogeni. Altri studi hanno dato evidenza di una significativa riduzione di fibre nervose sub-papillari ed epiteliali, con densità e alterazioni morfologiche diffuse. Alla base dell’alterata sensazione nocicettiva, sembrerebbero comunque fortemente implicate anomalie enzimatiche dei tessuti della lingua e delle sue introflessioni, visto che diverse pazienti affette da BMS hanno segnalato miglioramenti in seguito all’assunzione di normalizzatori enzimatici, tenuti nel cavo orale a lungo prima di deglutirli.