Olio di palma: un olio “da paura”

By oneVillage Initiative (Jukwa Village & Palm Oil Production, Ghana)
By oneVillage Initiative (Jukwa Village & Palm Oil Production, Ghana)

Ultimamente si fa un gran parlare dell’olio di palma; dopo l’unanime condanna iniziale di questo prodotto, ora assistiamo ad un continuo rincorrersi di detrattori ed estimatori, che si sfidano principalmente a colpi di post su social network e blog.

Per farci un’idea più consapevole proviamo a riassumere le posizioni: il primo e principale difensore nostrano di questo grasso alimentare è l’Unione Italiana Olio di Palma Sostenibile, costituita da aziende del settore. Sul relativo sito vengono illustrate le caratteristiche e snocciolati dati statistici e scientifici circa l’innocuità del prodotto e la sua sostenibilità ambientale. Certo, lo scopo dell’Unione, cioè la diffusione dell’olio di palma, lascia perplessi sull’imparzialità del soggetto. Tali pareri sono tuttavia suffragati dall’Istituto Superiore di Sanità, che, in base a studi fatti, stimerebbe la presenza di olio di palma nella dieta degli italiani tale da non destare preoccupazioni, anche tenendo conto dei livelli di assunzione di altri grassi saturi (provenienti fondamentalmente da alimenti animali). Di parere opposto, l’Organizzazione Mondiale della Sanità e l’European Food Safety Authority puntano rispettivamente il dito sull’acido palmitico (sicuramente abbondante) e sui prodotti chimici residui del processo di raffinazione, anche se più recentemente l’EFSA (con sede in Italia) ha ammorbidito la sua posizione apprezzando gli sforzi dei produttori a ridurre questi composti. Insomma la culla della dieta mediterranea e dell’olio d’oliva strizza l’occhio all’olio di palma…

Può essere utile analizzare anche alcuni dati di fatto:

  • non contiene colesterolo (come tutti gli olii vegetali)
  • è costituito dal 49% di grassi saturi (che definiremo cattivi) e dal 51% di insaturi (il rapporto consigliato in un’alimentazione bilanciata è circa 1:5)
  • tiene bene la cottura
  • viene estratto chimicamente (non meccanicamente, come l’olio d’oliva) e i residui della lavorazione permangono nel prodotto finito
  • il componente principale è l’acido palmitico, essenziale per alcune funzioni fisiologiche, in piccole dosi (molto ben rappresentato anche nei prodotti di origine animale)
  • viene prodotto quasi completamente in Malaysia
  • ha un basso costo

Quindi, per quanto riguarda la sua salubrità è necessario tenere conto della presenza di contaminanti chimici e delle dosi totali di acido palmitico e grassi saturi assunti con l’alimentazione (provenienti sia dall’olio di palma, che dagli alimenti animali).

Per quanto riguarda una valutazione del suo impatto ambientale e sociale, non si può non tenere conto del luogo di produzione, sicuramente lontano geograficamente e dagli standard di qualità occidentali; pesano su questo bilancio sicuramente i costi ambientali e sociali del trasporto, delle condizioni di lavoro ed il rispetto delle normative igienico-sanitarie, difficilmente controllabili dalle nostre Autorità.

La domanda che resta dopo aver considerato tutti questi aspetti è: vale la pena scegliere di consumare un olio vegetale che ha caratteristiche molto simili ad un grasso animale, di cui non abbiamo garanzie sulle condizioni ambientali e sociali che pretendiamo dai nostri produttori, con la certezza di consumare prodotti chimici nocivi?