Cosa si nasconde dietro un selfie? Quando un ossessione diventa una patologia.

 

selfie-1209886_640L’abitudine a farsi delle fotografie da soli (selfie) allo scopo di pubblicarle sui social network può diventare addirittura una malattia? Sembrerebbe di sì, visto che è stato coniato un termine, selfite, per indicare chi è “ossessionato” da questa pratica ormai diffusissima, tanto fra i cosiddetti “vip” quanto fra le persone comuni. Addirittura ne sono state individuate tre fasi precise e distinte.

Selfitis Borderline: consiste nell’auto-scattarsi foto almeno tre volte al giorno, ma senza pubblicarle poi sui social network. Si tratta del livello più lieve del disturbo.

Selfitis acuta: in questa seconda ipotesi, il soggetto scatta almeno tre selfie al giorno, ma decide di pubblicarli tutti sui social.

Selfitis cronica: è la voglia incontrollabile di scattarsi fotografie in qualsiasi istante e per tutto il giorno. In questo caso i selfie vengono poi pubblicati in rete almeno sei volte al giorno. Si tratta dello stadio limite e più grave del disturbo.

Perché si fanno i selfie? Si tratta solo di seguire la tendenza del momento oppure c’è qualcosa di più? Senza dubbio, come in tutti i fenomeni di massa, anche nel selfie gioca un ruolo fondamentale il seguire le mode e il fare quello che fanno tutti gli altri semplicemente per spirito di emulazione o per timore di sentirsi “diversi”. I selfie nascondono anche il bisogno di essere riconosciuti dai propri “simili” e di ricevere apprezzamenti: di solito, infatti, quando si pubblica una foto su un social network, lo si fa per avere un riscontro positivo

Quando però la situazione può sfuggire di mano e toccare i confini della patologia?

L’ossessione del selfie ha in sé qualcosa di patologico. Secondo gli esperti la selfite indica una mancanza di autostima e delle profonde lacune psicologiche nella propria intimità. Il disagio sofferto dal soggetto selfitis, si lega ad una frustazione sessuale, ad un sentimento di solitudine, ma anche ad insicurezza e paura dell’abbandono.

Non si è soliti sentir parlare di un problema così grave come la dismorfofobia, eppure la sua presenza si fa sempre più costante, raggiungendo oggi livelli a dir poco preoccupanti alimentati da una tecnologia in continua e rapida diffusione. Scientificamente, la dismorfofobia non è altro che la paura patologica che nasce da una visione distorta del proprio aspetto esteriore, causata spesso da un’eccessiva preoccupazione della propria immagine corporea. Si tratta di un disturbo che colpisce in particolar parti del volto come naso, orecchie e capelli, anche se spesso sono chiamate in causa anche altre zone del nostro corpo, e i soggetti nei quali si sviluppa con maggiore frequenza sono quelli che mantengono un basso livello di autostima, in genere adolescenti, sia maschi che femmine.

Verrebbe naturale, quindi, associare la paura del proprio riflesso allo specchio al timore di sentirsi inadeguati e brutti dopo aver scattato un selfie.